Pista di pattinaggio

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Ero già in ritardo e prendere quel paio di guanti in più aveva significato correre in camera, tirare fuori dall’armadio le scatole del ripiano alto e aprirle una alla volta. Avevo spostato con frenesia maglioni e felpe fino a trovarli: due paia di guanti neri. “Fortuna che Gilda mi ci ha fatto pensare” mi ero detto. “Andare a pattinare senza i guanti sarebbe stato da vero scemo”.

Ero sceso in cucina, avevo salutato i miei genitori ed ero corso in macchina. La morsa del gelo mi aveva abbracciato forte, il volante era freddo, il sedile sembrava quasi aspettare me per scaldarsi. Avevo girato la chiave nel cruscotto, fatto partire il motore e mi ero avviato, con un vecchio CD masterizzato sette anni prima a farmi compagnia.

“Arrivo. Sono appena partito” avevo detto ai miei amici con un vocale su Whatsapp, ignaro del fatto che li avrei raggiunti dopo 30 minuti. Scollinato il monte proprio dietro il mio paese, avevo trovato uno scenario totalmente diverso. Il ghiaccio a terra non mi faceva andare alla normale velocità e mi ero quasi annoiato a guidare con così tanta prudenza. A tratti, mi dicevo, che forse avrei fatto meglio a rinunciare. Mi scocciava farli aspettare così tanto.

Ad un certo punto avevo visto una luce blu, sembrava quasi un lampeggiante. Pietro aveva montato sul cruscotto della Panda di sua madre un orologio digitale con una retroilluminazione talmente forte che la luce si vedeva anche nel buio del bosco, di notte. Mi ero accostato alla macchina e avevamo deciso come procedere: entrati nel paese più vicino avrei parcheggiato e sarei salito nella sua macchina. Avrei proseguito con Pietro e Gilda.

Ci eravamo riavviati e con cautela avevamo affrontato quelle stradine piene di ghiaccio, ben attenti ad ogni singolo movimento inatteso della macchina, con gli occhi fissi sul fondo stradale. Per non farci cogliere impreparati da lastre di ghiaccio o qualsiasi altra sorpresa che ci avrebbe potuto far sbandare, eravamo concentratissimi. O, almeno, io lo ero. C’era qualcosa che non mi faceva sentire a mio agio in quella situazione, non sapevo cosa.

Dopo pochi minuti eravamo ad Ateleta. Era lì che avrei dovuto parcheggiare. Il paese sembrava vuoto a quell’ora. A mantenerlo in vita solo le luci natalizie che lampeggiavano, silenziose, praticamente ovunque. Avevo trovato un’ampia area di parcheggio e lì avevo lasciato la mia macchina per salire a bordo di quella di Pietro.

Il sedile posteriore di quella Panda mi ricordava quello della mia Panda, quella che mi aveva permesso di imparare a guidare, la stessa con la quale avevo saltato un posto di blocco dei carabinieri, causando un goffo inseguimento dell’appuntato che mi aveva rincorso a piedi. Quella Panda in cui avevamo cantato a squarciagola prima, durante e dopo l’esame di maturità. La Panda del primo tamponamento, delle albe attese, la Panda che ci aveva portato alla stazione dei treni per fare i test di ammissione all’università.
Pietro correva quasi, non lo spaventava il ghiaccio e la macchina sembrava volare su quelle strade in salita. Tornante dopo tornante ci avvicinavamo a Roccaraso, meta del nostro breve viaggio del primo pomeriggio di gennaio.

Era un peccato che nessuno avesse voluto unirsi a noi, un vero peccato. Se solo fossimo stati tutti, continuavo a ripetermi, ci saremmo sicuramente divertiti di più. Certo, eravamo noi tre e andava bene lo stesso, ma, come ogni volta, mi sarebbe piaciuto trascorrere un week-end con tutta la compagnia, come ormai era raro riuscire a fare.

Modena, Milano, Roma, Vattelapesca. Ognuno di noi ormai viveva in un posto diverso, trascorreva giornate totalmente diverse. Qualcuno si svegliava all’alba, altri ancora prima. C’erano alcuni di noi che sfidavano il freddo del mattino per salire a bordo di uno scooter o correre dietro un autobus, un tram per dare inizio alla giornata. Alla sera nessuno finiva di lavorare allo stesso orario. Era prevedibile: i tempi in cui facevamo tutti le stesse cose, agli stessi orari, erano andati. Solo che io faticavo a rendermene conto. Così, ogni volta che mi trovavo davanti ad un “Uhm… non posso” mi chiedevo se mai saremmo riusciti ad organizzare un’uscita di gruppo come avrei voluto. Poi, però, succedeva ancora. E ci ritrovavamo seduti intorno ad una tavolata di una decina di persone e il tempo sembrava che non fosse passato. Io che facevo il cretino insieme ad un altro paio di compari, Lara vittima delle nostre prese in giro. Daniela che trovava un motivo per lamentarsi, Samantha che, ormai, si era arresa e aveva capito che non poteva fermarmi quando partivo o quando mi scappava qualche volgarità di troppo. E poi c’erano anche i pezzi di arredamento. Ogni gruppo ne ha qualcuno. Hanno una funzione anche loro, quella di stupirti ogni tanto, quando meno te lo aspetti.

Quel giorno però, quel 1° gennaio eravamo solo in tre. Tre quasi trentenni a bordo di una panda del 2000 a Roccaraso, in mezzo a Jeep, Mercedes, Maserati. “Qua ci girano i soldi veri” continuava a ripetere Pietro. “Amò” rivolgendosi a Gilda “hai capito che qua ci girano i soldi veri?”, mentre cercavamo un parcheggio. Uno spazietto che potesse ospitare la nostra umile Panda, in mezzo a quella concessionaria da ricchi a cielo aperto.

“Eccolo, eccolo” avevo detto con tono concitato. “Qua ci entriamo Piè” avevo argomentato mentre Pietro faceva un calcolo. Rapido ci si era infilato, mentre io fingevo di essere il suo sensore di parcheggio, con un immancabile e sgradevole bip-bip.

Scesi dalla macchina, infilati i guanti, mi ero reso conto di una cosa: avevo pattinato l’ultima volta a 18 anni, nove anni prima. Me l’ero cavicchiata, ma, ecco, non è che fossi proprio leggiadro. “Oddio, non vorrei spaccarmi qualcosa. Non proprio ora che ho trovato il mio equilibrio con la palestra e lo sport in generale” mi ripetevo, camminando verso l’ingresso del palaghiaccio.

La hall era estremamente affollata e faceva caldissimo. “Non entreremo mai” aveva detto qualcuno di noi. “Ma dentro ci riusciremo a smuovere?” aveva continuato qualcun altro. La fila, però, aveva cominciato a scorrere velocemente. Senza che ne rendessimo conto, eravamo davanti allo sportello, alla cassa per comprare i tre biglietti quindi rimetterci in fila per il ritiro dei pattini e, infine, per il guardaroba dove lasciare le scarpe.

Una volta dentro, la differenza di temperatura si era fatta sentire, ma era stata piacevole. Mentre camminavo in modo grottesco, notavo che intorno alla pista si riusciva a respirare, che quei gradi in meno erano necessari per non soffocare. Avevamo visto il varco, era il momento di scendere in pista. Letteralmente intendo.

Avevo dato la precedenza a Pietro, per naturale cavalleria e soprattutto perché volevo ritardare il mio inesorabile ingresso. Mi ero aggrappato al bordo pista, poi avevo poggiato un primo pattino, quello sinistro, dopo il destro. Mi ero tirato leggermente avanti e mi ero fermato. “Ok, ancora non cadi. È già un risultato” mi rassicuravo quando avevo visto Pietro abbandonare Gilda all’ingresso per cominciare a sfrecciare sul ghiaccio. Come se niente fosse, Pietro schizzava sulla superficie ghiacciata con naturalezza. “Hai visto, Pietro” mi ero detto. “E chi lo immaginava che pattinasse così bene” avevo commentato con Gilda.

Piano piano mi ero avviato, cominciando a strisciare la lama su quel pavimento bianco. Sentivo i pattini ferire il ghiaccio e, tenendo la mano sul parapetto, muovevo i primi passi. Come i bambini quando si tirano in piedi, appoggiati al lettino o al divano, e avanzano, poco a poco a verso il ciuccio, io cercavo di ricordare come si pattinasse. Come lo si facesse senza spaccarmi qualche osso e perdere la dignità, ovvio.

“Che poi – mi chiedevo – cosa mi spaventa di cadere?”
Certamente non volevo farmi male. Questo è giusto, è normale. Ma, quando rischiamo di ruzzolare, di scivolare durante un’escursione, o di inciampare in un parco avventura non è solo per la nostra incolumità che temiamo. No, ci spaventa perché a ferirsi sarebbe anche la nostra dignità. Perché non riuscire a rimanere in equilibrio su un ponte tibetano o non sapere come si pattina ci mette in imbarazzo. Lo percepiamo come un piccolo fallimento, un’altra tacca sulla cinta. E sì, mentre guardavo Pietro scivolare via, mi chiedevo come facesse ad essere così bravo o se la sua scioltezza fosse dovuta solo al fatto che, di base, non gliene fregava di cadere. Già, il vecchio tormento di noi insicuri: l’opinione altrui. Il terrore della figura di merda che, dietro l’angolo, ci aspetta, proprio come fa un gatto quando gioca a nascondersi sotto al letto. Ma, poi, chi ti si fila? Se cadi in piazza, se sbagli a mettere il piede sul ponte del parco avventura, se finisci a culo per terra nel bel mezzo del palaghiaccio, cosa cambia? Un emerito cazzo. Niente, ti rimetti in piedi e, se proprio vuoi curarti di quelli che ti sono intorno, pensa che gli hai regalato una bella risata, magari anche in un momento grigio della giornata.
Avevo cominciato ad accelerare, accompagnato da questo flusso di pensieri che mi aveva sorpreso. E, rendendomi conto che stavo andando leggermente veloce, mi ero messo in un angolo ad osservare i miei compagni di avventura. Pietro continuava a schizzare, Gilda si teneva ancora al corrimano. Poco più indietro di me, un ragazzone ci provava con tutto se stesso, ma continuava a cadere nei modi più impensabili. E si avvitava, opponeva resistenza per poi finire a terra. Sulla parete opposta, un dodicenne paffuto cercava di rialzarsi invano, circondato da estranei che non lo aiutavano, o forse non sapevano nemmeno come farlo. A centro pista una mamma teneva le mani della sua bambina; sembrava avere una dote innata. La piccola pattinava con eleganza e leggiadria.

E mentre osservavo tutto questo spettacolo, ero riuscito a capire. Quella pista di pattinaggio era una metafora. La metafora della vita. Puoi seguire dei corsi o affidarti a dei manuali, dei tutorial, ma sei tu che devi capire qual è il tuo ritmo, quando è venuto il momento di lasciare il corrimano e provare a sfrecciare. Devi però capire che è necessario coraggio perché togliere la mano da quella striscia di plastica rossa richiede una grande dose forza di volontà, una piccola di menefreghismo e una immensa quantità di consapevolezza che comunque andrà ci avrai provato. Potrai cadere in pubblico, ruzzolare con clamore, ma quello che conta è non fare cazzate, rimettersi in piedi, chiedere aiuto se necessario e rimettersi a pattinare.

Perché alla fine, è importante, di tanto in tanto, fermarsi ad osservare a riflettere, ma è necessario anche pattinare. Una vita di sola osservazione può risultare noiosa e leggermente inutile.

 

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