Terrorismo: far finta di niente è la soluzione?

Sono passate da poco le 8 di mattina e mi trovo in cucina. Guardo la tv seduto sul divano, tazza della colazione in mano. La voce dell’anchorman di SkyTg24 ripete (come sono soliti fare i reporter dei canali all-news) la notizia principale della giornata: Nizza è stata vittima di un attacco terroristico perpetrato per mezzo di un tir.

Poggio la tazza, alzo il volume e ascolto con più attenzione. Apprendo qualche dettaglio in più, consulto l’Ansa e trovo i dispacci relativi a questo tragico incidente; prontamente giro il pezzo ad un collega. Nel messaggio scrivo in poche battute quanto accaduto.

«Un altro attacco»? chiede lui.
Confermo e cerco di scrivere qualcosa relativo al numero degli attentati in Francia. Mi accorgo che ho perso il conto e la cosa mi turba; devo andare su Google, fare una ricerca e calcolare. E allora non poteva non venirmi questo dubbio, non potevo non chiedermi: ma è normale? E, soprattutto, è positivo?

Quando l’Isis cominciò a diffondere video in cui venivano sgozzati giornalisti, mandati a fuoco camionisti e altri cittadini, tutti sembravano avere la stessa opinione: obiettivo delle milizie era diffondere il terrore e i mass media erano complici (concetto ribadito anche oggi da Mario Calabresi). Dopo gli attacchi di Parigi (che ci hanno fatto rabbrividire) ci dissero di tornare alla normalità, evitare che distruggessero la nostra quotidianità, quasi mettere da parte l’orrore di quel gesto.

E allora, pochi giorni fa, quando ho capito di aver perso il conto sulle prime ho pensato: “Caspita! Ci sono riuscito, ho messo da parte tutto” però poi mi sono anche reso conto che nel dormiveglia di quella mattina ho rimosso decine e decine di vittime innocenti, ho dimenticato avvenimenti. Mi sono domandato se fosse normale. Se fosse giusto.

Perché da un lato dimenticare fa bene, aiuta a vivere meglio, ad andare avanti. Dall’altro però ci rende meno umani. Insomma: è l’insensibilità la chiave di volta per la “felicità” in questa estate di sangue?

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